Sabato 16 dicembre 2017 – programma

 

Sabato 16 dicembre 2017, ore 21:00
Sassuolo, Duomo di S. Giorgio

CONCERTO DI NATALE
JOHN RUTTER – MAGNIFICAT

 

Tradiz. irlandese (arr. J. Moore)

An Irish Blessing

J. Rutter (1945*)

A Clare Benediction

A Gaelic Blessing

J. Rutter

MAGNIFICAT per soprano, coro e orchestra
___I. Magnificat anima mea
___II. Of a Rose, a lovely Rose
___III. Quia fecit mihi magna
___IV. Et misericordia
___V. Fecit potentiam
___VI. Esurientes
___VII. Gloria Patri

***

J. Rutter

Nativity carol

Angel’s carol

Star carol

Christmas Lullaby

W. Gomez (1939-2000)

Ave Maria

Autori vari

Christmas Medley pianoforte 6 mani,
con la collaborazione di Maria Ada Casali

F. Gruber (1787-1863)

Stille Nacht

J. Wade (arr. Steven Mercurio)

Adeste Fideles

CORALE “G. PUCCINI” di Sassuolo
FRANCESCA PROVVISIONATO, soprano
MORGANA RUDAN, arpa
SIMONE GUAITOLI, pianoforte
FRANCESCO SAGUATTI, direttore
ENSEMBLE STRUMENTALE “G. PUCCINI”

Note al programma, a cura di Simone Guaitoli

Celebre per la sua produzione di carols e pagine corali di ispirazione natalizia (una selezione delle quali è presente anche nella seconda parte di questo concerto), John Rutter si è cimentato occasionalmente anche con la “grande forma” nell’ambito del repertorio sacro. Terminato nel 1990 e tenuto a battesimo nel maggio di quell’anno alla Carnegie Hall, il Magnificat è il primo lavoro di estese dimensioni scritto da Rutter dopo il Requiem (1985), verso il quale si pone in diretta antitesi emotiva: tanto il Requiem è, ovviamente, umbratile e autunnale, così il Magnificat è luminoso, quasi trionfante.
Cantico mariano per eccellenza, tratto dal I libro del Vangelo di Luca, il Magnificat gerarchicamente occupa un ruolo centrale all’interno della Liturgia delle Ore (viene quotidianamente intonato al termine dei Vespri) ed è stato nei secoli fonte di ispirazione per pittori, letterati e musicisti; in ambito musicale sarebbe sufficiente l’elenco dei compositori che annoverano il Magnificat all’interno della propria produzione per rilevarne l’importanza: dal fiammingo Orlando di Lasso (che ne scrisse almeno un centinaio), a Monteverdi (Vespro della Beata Vergine), Vivaldi, Mozart (Vesperae Solennes de Confessore) fino, in anni recenti, a Luciano Berio e Arvo Pärt. La vetta massima del genere è però senza dubbio il Magnificat che Bach scrisse nel 1723, anno del proprio trasferimento a Lipsia: eseguito nel Natale di quell’anno, è da quasi quattro secoli la pietra di paragone, per imitazione o per distinzione, di tutti i compositori (Rutter incluso) che scelgono di musicare quel passo del Vangelo di Luca.
Ad esempio un dettaglio che i lavori di Bach e Rutter hanno in comune è la presenza in entrambi di interpolazioni rilevanti rispetto al testo evangelico: nella prima versione del Magnificat bachiano compaiono infatti quattro brani, estremamente vari per ispirazione, organici e stili utilizzati, che costituiscono quasi un compendio in miniatura della storia della Natività. Le aggiunte di Rutter sono a loro modo indicative: una citazione letterale del Sanctus dalla Missa cum jubilo in coda al terzo movimento, un inno alla Vergine intonato dal soprano solista a metà del numero finale (dal sound gregoriano anch’esso ma in realtà composto da Rutter in stile antico, una sorta di “falso storico”) e soprattutto il secondo brano, “Of a Rose, a lovely Rose”. Rutter in questo caso utilizza un testo inglese anonimo del XV secolo nel quale la Vergine è paragonata all’immagine di una rosa con cinque rami: si tratta per certi versi di un ricordo autobiografico del compositore, che da giovane a Cambridge era solito ammirare le sculture in pietra nella cappella del King’s College, molte delle quali raffiguravano appunto delle rose, simboli araldici della dinastia Tudor. Gli aspetti di maggiore fascino del brano, strutturato in forma-rondò, sono la fluttuazione sistematica del ritmo, la cui duttilità asseconda con eleganza la prosodia e le accentuazioni del testo, e soprattutto la trasparenza della scrittura orchestrale, ottenuta alleggerendone l’organico.
Il riferimento all’antico, e al canto gregoriano in particolare, è una componente imprescindibile nell’approccio di Rutter al testo sacro: oltre ai casi già ricordati, citazioni dal Liber Usualis compaiono anche nel brano di apertura e nel terzo numero (dopo la fanfara iniziale è presente un esplicito richiamo al Magnificat gregoriano nella frase affidata alle trombe e ai corni). C’è però un’altra fonte di ispirazione primaria nel Magnificat rutteriano, forse anche più immediata all’ascolto: essendo il testo tutto incentrato sull’immagine di Maria, e volendo scrivere un lavoro estremamente gioioso, Rutter decide di indirizzarsi verso culture connotate da una devozione mariana molto sentita e approda così idealmente in Spagna, Messico e Porto Rico, tutti paesi nei quali la figura della Vergine è particolarmente riverita. Il compositore ricorda infatti come in Spagna la festa dell’Assunta sia celebrata liturgicamente con riti e processioni ma sia anche un’occasione in cui il popolo canta, danza per strada, mangia e beve in abbondanza. Il Magnificat di Rutter è quindi prima di tutto un grande omaggio al sole del sud e all’atmosfera di “fiesta” che lì si respira e che nella partitura emerge a più riprese nella compagine strumentale (con sonagli dal sapore folkloristico), nelle grida di festa a pieno coro che chiudono il primo e l’ultimo brano e nell’ambiguità ritmica tra raggruppamenti binari e ternari, giustapposti e sovrapposti, che si ritrovano in certe danze latinoamericane.
La partitura presenta numerosi stratagemmi grazie ai quali la musica rinforza ed enfatizza il significato delle parole, dando una realizzazione plastica, quasi letterale, di ciò che viene comunicato: riprendendo ad esempio quanto accadeva anche nel Magnificat di Bach, il “Sicut erat in principio” propone, come suggerito dal testo, il tema dell’inizio dell’opera (“così com’era in principio”, appunto). Oppure la frase musicale asseconda con la propria direzionalità quanto le parole suggeriscono: l’atto di “deporre” i potenti vede una discesa cromatica alternata ad ampi intervalli (sempre discendenti), in “ha esaltato gli umili” i soprani propongono un aereo melisma che si muove verso l’alto, mentre i superbi che vengono “dispersi” sono resi con entrate successive e indipendenti delle diverse voci. In questo senso, la vera sorpresa del Magnificat è il “Fecit potentiam”: laddove ci si aspetterebbe un attacco grandioso, il compositore opta invece per un ingresso sottovoce, quasi sibilato, in uno stile jazzistico dalle sovrapposizioni armoniche avventurose, introducendo sonorità e movenze da musical totalmente inaspettate in un passaggio che di solito viene trattato in ben altro modo. Queste commistioni tra stili diversi, in aggiunta ai richiami all’antico contaminati con istanze moderne, hanno spesso fruttato a Rutter l’accusa di eclettismo, riscattata però da un equilibrio formale particolarmente curato, dall’ispirazione melodica davvero notevole e soprattutto da una grande piacevolezza all’ascolto: tutti elementi che da quasi 30 anni assicurano la fortuna del Magnificat.

Condividi su...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on Twitter

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>